LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO 29-6-2012
L’ultimo thriller è anche una metafora dello scrivere
Essere o non essere Bob Lang questo è il problema
Zandel: la finzione e la realtà
di Luana Trapè
Essere Bob Lang, un affascinante e audace giornalista, e nel contempo non esserlo, perché si è Marco Molina, l’altro protagonista che sta scrivendo un romanzo su di lui. Questa è la sostanza della storia, anzi delle due storie che scorrono nell’ultimo thriller di Diego Zandel, il quale, come avviene nelle opere precedenti, ‘impasta’ i personaggi con il materiale vivo della sua esperienza, “ci mette i suoi ricordi”, i libri amati, le visioni, gli odori, le persone conosciute nei luoghi cardine della sua vita: Roma e l’isola di Kos, con qualche puntata a Cipro.
I due protagonisti sono esattamente agli antipodi: Marco Molina “che non sa nemmeno andare in moto”, conduce una vita tranquilla e confortata dagli affetti familiari, ma il suo lavoro di impiegato frustrato lo angustia, e così sogna di diventare ricco e famoso scrivendo un bestseller: il protagonista è Bob Lang, sempre in giro per il mondo tra pericoli e belle donne; il suo nome echeggia “nel buio come uno sparo”. Molina è certo che per raggiungere il suo scopo dovrebbe architettare una storia di misteri, oscuri traffici, mafia, contrabbando, intrighi internazionali, ma sa anche che si deve scrivere solo su quello che si conosce. E che cosa conosce lui? “Amorazzi e gelosie, invidie e frustrazioni, rivalità e dispetti, pettegolezzi, tiri mancini … i rimbrotti del capoufficio, le proteste dei clienti, i conti che non sempre tornano...”
Hemingway dice: Non devi scrivere, se non sai scrivere. E lui “sa davvero scrivere? O è solo l’esperienza che gli manca? … Per lui la vera vita da raccontare è quella al di là del vetro antiproiettile delle porte blindate accanto a Bob, non a personaggi scialbi come i suoi colleghi.” Ma come cavarsela in situazioni spinose che ha creato lui stesso? Come descrivere focosi amplessi, che non ha mai vissuto? E, nel caso ci riuscisse, che cosa penserebbe di lui il figlio se un giorno leggesse il suo capolavoro?
Il suo creatore Zandel, mentre osserva (e inventa) con affettuosa e complice ironia i suoi incerti tentativi di “essere Bob”, gli dimostra che in realtà è possibile scrivere un libro di successo anche narrando piccole vite come la sua, e conduce abilmente le due storie parallele, e totalmente diverse nell’atmosfera, nel registro e nel ritmo narrativo. Pagina dopo pagina, il lettore si convince che la vita di Marco sia “vera” - inventata invece quella di Bob -, cosicché viene colto di sorpresa quando le due vicende si intrecciano e si sovrappongono quasi per volontà autonoma (grazie anche all’accorto uso dei flash back) e i personaggi passano dall’una all’altra diventando persone, o viceversa.
Lo sguardo del narratore è particolarmente attento alla creazione del doppio palcoscenico sul quale si svolgono le storie: le città descritte nei loro angoli più segreti; gli interni curati nei minimi particolari, perché quando il personaggio entra in una stanza - dice Zandel - l’autore deve sapere tutto quello che c’è, anche se poi non lo descriverà.
“Essere Bob Lang” non è soltanto un’opera godibile che avvince il lettore fino al colpo di scena finale: è anche un ottimo vademecum per un esordiente, al quale Zandel, oltre a ottimi consigli “del mestiere”, offre i propri modelli letterari, come Hammett, Chandler, Cechov, Green… E per finire, in un’icona trafugata da un antico monastero della Tessaglia - raffigurante S. Giorgio vittorioso sul drago - una preziosa metafora del romanziere alle prese con la scrittura.
Luana Trapè
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